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La corona dell'Associazione della Terza Divisione di Fanteria US Army
The wreath of the US Army Third Infantry Division Association
Sezione 16, dedicata a Floyd K. Lindstrom, Medal of Honor
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La corona dell'Associazione della Terza Divisione di Fanteria US Army
The wreath of the US Army Third Infantry Division Association
Il 18 settembre del 1943 alle 9.00 i portelloni dei mezzi da sbarco americani, chiamati LST, si aprirono sulla costa a sud del fiume Sele ed i primi soldati della Terza Divisione di Fanteria US Army sbarcarono sul continente Europeo, dopo la Sicilia.
Il dispiegamento fu rapido e la mattina del 19 un plotone da ricognizione transitava per Olevano e si apprestava a raggiungere Montecorvino Rovella, dove avvenne il primo breve scontro della Terza Divisione di Fanteria.
Al comando c’era l’ufficiale Richard Savaresy, del 30th reggimento, nato il 23 ottobre del 1918 nello stato del Wyoming. Aveva già una stella di bronzo, meritata il 2 agosto a Caronia, nei pressi di Messina, la seconda lo aspettava in Francia a Besancon.
Concluse tutta la Seconda Guerra Mondiale e tornò a casa. Morì a 34 anni, il 12 marzo del 1946.
Sbarcarono su questa spiaggia tre reggimenti della Terza Divisione di Fanteria americana, che abbiamo l'onore di rappresentare ufficialmente in Italia, erano Il 7° il 15° ed il 30°.
Il motto del 7th era “volens et potens, volenteroso e capace” quello del 30th era “ our country, not ourselves, per il nostro paese, non per noi stessi” e quello del 15th era “ Can Do, si può fare”.
Migliaia di soldati, migliaia di storie, di vite e di affetti, arrivate da lontano con un solo preciso messaggio, liberare l’uomo dalla schiavitù e dalla tirannia.
La Terza Divisione di Fanteria fece proprio questo messaggio già nella Prima Guerra Mondiale, in Francia, dove da sola resistette, con il 38° reggimento contro due delle migliori divisioni tedesche, con la frase pronunciata dal Colonnello Ulysses Mc Alexander ai soldati, “Nous Resterons Là” “noi resteremo qui”. La frase divenne uno dei motti della Divisione.
Nel Secondo Conflitto Mondiale, attraversarono il Nord Africa, l’Italia da Salerno fino alla winter line, poi da Anzio fino a Roma, in seguito la Francia, la Germania e poi l’Austria.
Furono i primi soldati con la Quinta Armata a conquistare Roma passando da sud e furono i primi soldati nella storia militare della Francia ad attraversare con successo i monti Vosgi in inverno, sconfiggendo il nemico, mai un esercito ci era riuscito.
Spesso per queste ricorrenze ci vengono in mente gli eroi, coloro che hanno segnato la storia della Terza Divisione di Fanteria; che hanno ottenuto decine di medaglie per il loro valore e coraggio.
I tre reggimenti sono pieni di questi eroi. Ma oggi vorremmo ricordare coloro che la storia non nomina, che riempiono solo le liste dei caduti; croci bianche su prati verdi, ma che fino al momento più sfortunato della loro breve vita hanno dato tutto il coraggio che avevano per la missione che avevano da compiere; liberare l’Europa.
Sono migliaia; il 40% delle croci bianche del Cimitero Americano di Nettuno sono della Terza Divisione di Fanteria Americana. Alcuni non hanno toccato mai la terra ferma, colpiti in uno dei tanti sbarchi della Divisione. Corpi che il mare ha riportato sulla riva mentre i compagni andavano avanti e si perdevano all’orizzonte.
C’è un ragazzo che mi viene sempre in mente, Samuel Rohan, aveva 18 anni. Arrivato con lo sbarco di Battipaglia, fece tutta l’avanzata fino al Volturno, superò quella tremenda battaglia per attraversare il fiume fino a trovarsi impaurito dentro una buca su monte Camino, sulla linea d’inverno, durante un contrattacco tedesco. Quel giorno vide manifestarsi il soldato Floyd Lindstrom che difese lui e tutta la compagnia arrestando il contrattacco e meritando una Medal Of Honor. Iniziarono a chiamare quell’eroe “pops, nonnetto” perché a 25 anni era uno dei più anziani e probabilmente lo fece anche Samuel.
Nell’inferno dell’operazione Shingle (lo sbarco di Anzio/Nettuno) era presente, un veterano con i suoi 19 anni appena compiuti. Partì all’attacco il 23 maggio del 1944 e fu ucciso, rimanendo come molti altri sul terreno in attesa del servizio di recupero dei caduti, era il secondo attacco a Cisterna di Latina.
Non c’è nulla che lo ricorda, nessuna azione, nessun gesto eroico, era stato sempre presente e al suo posto, quando la battaglia si faceva dura ed occorreva avere coraggio e lanciarsi all'attacco.
A lui il nostro ricordo il giorno dello Sbarco a Battipaglia
Rock of the marne!
Associazione della Terza Divisione di Fanteria US Army
Sezione Italiana, avamposto nr. 16
On September 18, 1943, at 9:00 a.m., the hatches of the American landing craft, called LSTs, opened on the coast south of the Sele River, and the first soldiers of the US Army's Third Infantry Division landed on the European continent after Sicily.
The deployment was rapid, and on the morning of the 19th, a reconnaissance platoon passed through Olevano and prepared to reach Montecorvino Rovella, where the Third Infantry Division's first brief skirmish took place.
In command was Officer Richard Savaresy of the 30th Regiment, born on October 23, 1918, in the state of Wyoming. He already had one Bronze Star, earned on August 2 in Caronia, near Messina, and the second awaited him in Besançon, France.
He fought throughout the Second World War and returned home. He died at the age of 34 on March 12, 1946.
Three regiments of the Third Infantry Division of the US Army landed on this beach, which we have the honor of officially representing in Italy: the 7th, 15th, and 30th.
The motto of the 7th was “volens et potens, willing and able,” that of the 30th was “our country, not ourselves,” and that of the 15th was “Can Do.”
Thousands of soldiers, thousands of stories, lives, and affections, arriving from afar with a single, precise message: to free mankind from slavery and tyranny.
The Third Infantry Division embraced this message as early as World War I, in France, where it stood alone with the 38th Regiment against two of the best German divisions, with Colonel Ulysses Mc Alexander's words to the soldiers, “Nous Resterons Là” (“We will stay here”). The phrase became one of the Division's mottos.
In World War II, they crossed North Africa, Italy from Salerno to the winter line, then from Anzio to Rome, followed by France, Germany, and then Austria.
They were the first soldiers with the Fifth Army to conquer Rome from the south and were the first soldiers in French military history to successfully cross the Vosges mountains in winter, defeating the enemy, something no army had ever achieved before.
On these anniversaries, we often think of the heroes, those who marked the history of the Third Infantry Division, who won dozens of medals for their bravery and courage.
The three regiments are full of such heroes. But today we would like to remember those whom history does not mention, who fill only the lists of the fallen; white crosses on green lawns, but who, until the most unfortunate moment of their short lives, gave all the courage they had for the mission they had to accomplish: to liberate Europe.
There are thousands of them; 40% of the white crosses in the American Cemetery in Nettuno belong to the Third US Infantry Division. Some never touched dry land, struck down in one of the Division's many landings. Bodies that the sea washed back ashore while their comrades pressed on and disappeared over the horizon.
There is one boy who always comes to mind, Samuel Rohan, who was 18 years old. He arrived with the landing at Battipaglia, advanced all the way to the Volturno, survived that terrible battle to cross the river, only to find himself frightened in a hole on Mount Camino, on the winter line, during a German counterattack. That day, he saw soldier Floyd Lindstrom defend him and the whole company, stopping the counterattack and earning a Medal of Honor. They started calling that hero ‘pops, grandpa’ because at 25 he was one of the oldest, and Samuel probably did too.
He was present in the hell of Operation Shingle (the landing at Anzio/Nettuno), a veteran who had just turned 19. He went into battle on May 23, 1944, and was killed, remaining like many others on the ground awaiting recovery by the casualty recovery service. It was the second attack on Cisterna di Latina.
There is nothing to remember him by, no action, no heroic gesture. He was always present and at his post when the battle was tough and it was necessary to have courage and launch an attack.
We remember him on the day of the landing at Battipaglia.
Rock of the Marne!
Society of the Third Infantry Division US Army
Italian Section, Outpost No. 16
“Siamo arrivati al nostro obiettivo iniziale; la nostra testa di ponte è sicura. Ogni giorno sbarcano nuove truppe e noi siamo qui per restare. Non verrà ceduto nemmeno un metro di terreno.”
La vittoria di quel
combattimento, tuttavia, non fu la fine della battaglia, poiché la Quinta
Armata non aveva ancora catturato il porto e gli aeroporti di Napoli, i suoi
obiettivi principali. Questi obiettivi si trovavano a 30 miglia a nord-ovest
delle nostre linee del fronte, oltre l’Appennino campano. Nel pianificare
l'attacco di Salerno i comandanti alleati avevano tenuto conto dei pericoli
derivanti dall'attraversamento di queste montagne su strade che si snodano
attraverso passi stretti. Avevano sperato che l'impeto iniziale degli sbarchi
avrebbe reso sicure le vie a nord da Salerno e Vietri verso la piana di Nocera,
ma la tenacia della resistenza tedesca distrusse queste speranze. Ora la Quinta
Armata doveva riprendere l'offensiva e farsi strada attraverso le montagne
verso Napoli.
L'Ottava Armata del generale
Montgomery si stava avvicinando sul fianco sinistro delle forze tedesche a
Salerno. Unità della 1a Divisione Aviotrasportata entrarono a Bari il 14
settembre e si spostarono a nord verso Foggia. Gli elementi principali della 5a
divisione di fanteria entrarono in contatto con la Quinta Armata a Vallo, a
sud-est di Agropoli, il 16 settembre. Se il nemico voleva evitare di essere
aggirato, doveva ritirarsi.
Si ritiene che l'alto comando
tedesco abbia ordinato di conseguenza al XIV Corpo Panzer di fronte alla Quinta
Armata degli Stati Uniti di ripiegare verso nord-ovest in un vasto movimento di
rotazione basato sulla Penisola Sorrentina. Le forze nemiche su questo fianco
dovevano mantenere i passi di montagna il più a lungo possibile per consentire la
completa distruzione del porto di Napoli e per salvaguardare l'evacuazione
della pianura campana. Poi anche loro sarebbero ripiegati sul fiume Volturno e
si sarebbero collegati al LXXVI Corpo Panzer in ritirata davanti all'Ottava
Armata, per formare una linea solida attraverso lo stivale italiano.
I piani nemici prevedevano una
resistenza ostinata contro il 10° Corpo e un'azione di retroguardia contro il
VI Corpo; i tedeschi non avrebbero quasi avuto alcun contatto con l'Ottava
Armata finché questa non si fosse spinta a nord di Foggia. Il piano della
nostra avanzata su Napoli era complementare al piano tedesco di ritirata.
Attraverso la catena dell'Appennino Campano lungo la Penisola Sorrentina, dove
il nemico teneva più forte, la Quinta Armata attaccò con più accanimento.
Superati i difficili passi di
questa catena, l'esercito avrebbe percorso il resto del tragitto attraverso la
pianura campana. Questo era l'approccio più breve e più semplice a Napoli.
All'interno del 10 Corpo, sul
fianco sinistro, l'attacco principale fu assegnato alla 46a Divisione,
spostandosi da Vietri sul Mare verso Nocera. A destra la 56a Divisione si
spinse direttamente a nord da Salerno per prendere il nemico sul suo fianco
destro. Il grosso dell'82a Divisione aviotrasportata alla fine entrò
all'estrema sinistra del 10 Corpo; insieme alle forze Ranger e alla 23a Brigata
Corazzata britannica, seguì la stretta strada a nord di Maiori per
fiancheggiare le difese nemiche a Nocera da ovest.
Dietro la 46ª Divisione, si
trovava la 7ª Divisione corazzata britannica, pronta a passare e colpire per
Napoli non appena le nostre avanguardie avessero raggiunto la piana di Nocera.
Il VI Corpo, al comando del Magg.
Gen. John P. Lucas dal 20 settembre, ricevette la missione di aggirare
l'estrema destra della Quinta Armata per mantenere il contatto con l'Ottava
Armata e prendere le montagne a est di Napoli, minacciando in questo modo la
difesa tedesca della pianura campana. La velocità qui era vitale, sia per
esercitare una pressione sulle principali forze tedesche di fronte al 10°
Corpo, sia per scoraggiare le demolizioni nemiche.
La nostra avanzata sul fianco
destro, 15-19 settembre
Il VI Corpo doveva ancora
scacciare il nemico dalla Fabbrica di Tabacchi e dalla collina 424 prima che
potesse entrare nelle montagne. Il 15 settembre la fanteria nemica era
trincerata lungo tutto il fronte della 45a divisione, ma c'erano indizi che i
tedeschi potessero ritirarsi sul nostro fianco estremo destro. Dalle postazioni
del Monte Soprano il 505° Fanteria Paracadutisti inviò il 16 settembre delle
pattuglie a Rocca d'aspide e non trovò tedeschi in paese; altre pattuglie del
504° Fanteria Paracadutisti segnalarono solo pochi nemici nelle vicinanze di
Albanella. La strada sembrava aperta per un nuovo attacco ad Altavilla.
Nel pomeriggio del 16, il Col.
Reuben H. Tucker del 504° guidò il suo 1° e 2° battaglione nella lunga e ardua
marcia attraverso il paese dall’area di Tempone di San Paolo lungo il crinale
dell'Albanella. Dopo un breve riposo, i paracadutisti partirono alle 16.30, il
1° Battalione in testa, per lanciare un attacco notturno contro le colline 424
e 315 da sud. Al calare della notte, l'artiglieria nemica divenne più attiva.
La sua intensità e precisione ostacolarono l'avanzata e fecero perdere i
contatti tra le unità, ma il 1° Battaglione respinse gli avamposti nemici nelle
vicinanze del Monte del Bosco e qui le truppe bivaccarono per la notte. Nella
mattinata del 17 il 1° Battaglione si
spostò sul colle senza numero a est di Altavilla, mentre il 2° Battaglione
presidiava le pendici nord del Monte del Bosco. Il quartier generale del
reggimento fu tagliato fuori con gravi perdite. Il 1° battaglione respinse un
attacco particolarmente pesante alle 11.00, ma i tedeschi continuarono con
attacchi minori. L'artiglieria nemica immobilizzò i paracadutisti.
Gli uomini del 504a trascorsero
il giorno e la notte del 17 settembre accovacciati nelle trincee, con
proiettili di artiglieria che esplodevano ovunque. Non ebbero né cibo né acqua
per più di 36 ore perché le loro scorte erano state svuotate durante il lungo
viaggio dal Tempone di San Paolo. Divisi in piccoli gruppi, avevano combattuto
duramente e avevano subito pesanti perdite, ma non avevano riconquistato le
colline 424 e 315.
I tedeschi non erano pronti a
rinunciarvi. Alla fine il nemico cominciò a ritirarsi e il fuoco della sua
artiglieria diminuì. Altavilla fu deserta nel tardo pomeriggio del 18, e i
carri armati del 191° Battaglione Carri accompagnarono i paracadutisti in città.
Al terzo tentativo Altavilla era nostra per sempre.
L'evacuazione tedesca di
Altavilla e di quota 424 era stata ritardata il più possibile per proteggere la
ritirata generale nemica da Eboli lungo la Strada Statale 91 attraverso
Contursi e poi verso nord. Reparti della 45a Divisione a ovest del Sele scoprirono
il 17 che le loro pattuglie avevano più libertà d’azione. L'artiglieria nemica
continuava però ad essere attiva ed uno schermo di copertura restava ancora ben
trincerato sulla vecchia linea tedesca. Nella notte del 17 gli ultimi tedeschi
si allontanarono dal fronte immediato della divisione e la mattina del 18
rivelarono veicoli a motore e polvere sulla Highway 91.
Pattuglie della 45a Divisione
partirono prontamente verso nord e presto riferirono che il nemico aveva
completamente interrotto il contatto. Nel tardo pomeriggio e nella prima notte
del 18 la nostra fanteria si spinse verso la Manifattura Tabacchi. Subito dopo
mezzanotte la Compagnia K, 157° Fanteria, entrò a Persano. L'avanguardia
raggiunse nella notte senza opposizione l'altura tra Battipaglia ed Eboli. La
notizia che unità di ricognizione britanniche erano entrate a Battipaglia fece
capire chiaramente che il nemico aveva abbandonato l'intera zona.
Tutte le unità della 45a
Divisione iniziarono a spostarsi in avanti la mattina del 19, e al calar della
notte occuparono le alture che dominavano Eboli, che per tanto tempo era stata
il centro delle concentrazioni nemiche. Nello stesso giorno elementi della 36a
Divisione si spinsero a est verso Serre e anche verso Ponte Sele. Ogni parte
della pianura salernitana era saldamente nelle nostre mani.
Avanzando dalla pianura
salernitana fino alla linea del fiume Volturno, il VI Corpo si trovò di fronte
alle montagne e ad un nemico abile nella guerra di montagna. Quando i tedeschi,
principalmente del 9° Reggimento Panzer Grenadier (16° Divisione Panzer) si
ritirarono a nord, usarono le astute tattiche di ritardo che i soldati
americani avevano sperimentato nella Sicilia centrale e settentrionale.
Nonostante il terreno che nella
penisola era ancora più accidentato e le piogge autunnali che si sarebbero
presto rivelate un ulteriore ostacolo. Lo schema dell’azione della retroguardia
nemica era chiaro. Sui pendii prescelti, piccoli distaccamenti di retroguardia
di fanteria motorizzata piazzavano le loro mitragliatrici; i fucilieri,
posizionati più in alto su entrambi i lati, costrinsero le nostre truppe a
schierarsi e ad effettuare ampi accerchiamenti lungo i versanti delle montagne.
Pezzi di artiglieria nemici, per
lo più semoventi, molto avanzati negli scaglioni, infastidivano le nostre
colonne e interdicevano le strade nei punti critici. Le montagne offrivano
posizioni eccellenti per questa pratica. Un cannone da 88 mm, ad esempio,
posizionato strategicamente a punta scoperta lungo la Highway 91 a nord di
Contursi, sparava direttamente su quasi tutta la lunghezza del fondovalle.
Apparentemente il pezzo non era mimetizzato, ma la leggera foschia sulle
montagne e lo spegnifiamma nascondevano così tanto il cannone che solo un
osservatore direttamente in linea con la canna poteva individuarla. Da quattro
a cinquecento metri dietro, un carro armato armato con un cannone da 75 mm
appoggiava l'88.
Da questa posizione il nemico ci
ha causato il massimo ritardo possibile; poi si allontanò e si spostò più
indietro lungo la strada. Sia negli accessi alle montagne che nelle montagne
stesse c'erano numerosi ponti distrutti e campi minati. I passaggi erano sempre
difficili e talvolta impossibili. Di tanto in tanto un distaccamento nemico
proteggeva una demolizione; più spesso i ponti distrutti venivano semplicemente
lasciati come problemi fastidiosi e dispendiosi in termini di tempo per i
nostri ingegneri. Quando il nemico cominciò finalmente a rimanere senza le cariche
esplosive, le sostituì con proiettili di artiglieria o le mine. Fino al
Volturno le nostre truppe continuavano a sentire il ruggito delle demolizioni
tedesche.
La 3d Divisione conquista Acerno,
20-27 settembre
Davanti al VI Corpo c'erano solo
due percorsi a nord attraverso le montagne. Uno di questi conduce quasi
direttamente a nord da Battipaglia attraverso Acerno; l'altra è una strada che
piega a est attraverso Contursi e poi a nord lungo l'alto Sele. Entrambe le
strade incontrano la Strada Statale 7, la principale direttrice est-ovest da
Avellino a Potenza. Poiché la 36a Divisione aveva sofferto gravi perdite nella
difesa della testa di ponte, fu distaccata dal VI Corpo e posta nella riserva
dell'esercito per ricostituirsi e riposare.
La 3a Divisione, al comando del
Magg. Gen. Lucian K. Truscott, che aveva iniziato lo sbarco il 18 settembre,
prese il suo posto e si spostò lungo la rotta occidentale verso la Highway 7 e
Avellino; la 45a Divisione avanzò sulla destra lungo la Highway 91.
Verso la mezzanotte del 19
settembre, il plotone di intelligence e ricognizione del 30° fanteria,
avanguardia della 3a divisione, si muoveva per le strade ingombre di rovine di
Battipaglia. Alle 02.45 del 20, il plotone incontrò un piccolo distaccamento di
fanteria nemica nel punto in cui la strada si biforcava a sinistra per
Montecorvino Rovella e a destra per Acerno e scacciò il distaccamento. La
nostra avanguardia svoltò verso nord-est sulla strada di Acerno; i primi
elementi della 3a Divisione erano entrati in montagna.
Sarebbe quasi impossibile trovare
un terreno più inadatto alla guerra offensiva. La strada ripida e stretta segue
i pendii di montagne aspre come qualsiasi cosa nelle Montagne Rocciose; oscilla
così tanto che da ogni curva si può osservare un miglio del suo corso sinuoso.
Ci sono passi spazzati dal vento, scogliere che cadono a strapiombo per
centinaia di metri verso valli strette e canyon dove il sole penetra solo per
un breve periodo durante il giorno. Tutto ciò rende impossibile un rapido
progresso. Tuttavia, questo era il nostro percorso.
I nostri uomini proseguirono
senza opposizione finché giunsero ad una curva inversa 2 miglia a sud-ovest di
Acerno. Qui l'Isca della Serra si tuffa da uno stretto canyon e precipita nel
Tusciano. La strada attraversa una gola di 60 piedi su un ponte in cemento ad
arco singolo, l'unico ponte importante lungo l'intero tratto fino a
Acerno. I tedeschi avevano
effettivamente fatto saltare tutto. Inoltre controllavano la curva della strada
verso sud col fuoco dei mitraglieri e dei fucilieri piazzati su una collina al
di là della valle del Tusciano, che qui è profonda 300 piedi. Il plotone riferì
i fatti, stabilì un posto di osservazione e attese il resto del reggimento.
Anche il nemico, composto dal 1° Battaglione, 9° Reggimento Panzer Grenadier,
aspettava, in una posizione quasi inespugnabile.
Il 3° battaglione, 30° fanteria,
al comando del tenente colonnello Edgar C. Doleman, lasciò Battipaglia alle
10:30 del 20 settembre. Raggiunse la sella appena ad ovest del Tusciano alle 19:25
e si fermò per la notte.
All'alba del 21, la Compagnia I
riprese l'avanzata lungo la strada, ma il comando tedesco della curva a sud del
ponte si rivelò attivo. L'artiglieria nemica dalle posizioni appena a nord di
Acerno emetteva occasionalmente fuoco molesto su tratti di strada e colpiva
l'area del bivacco del 3° battaglione poco dopo che i nostri uomini l'avevano
lasciata.
Per colpire ad Acerno le nostre
truppe dovevano evidentemente abbandonare la strada di montagna, lasciando che
il 9° e il 41° battaglione di artiglieria campale mettessero fuori
combattimento l'artiglieria nemica e facessero fuoco sui movimenti di autocarri
e carri armati nemici nelle vicinanze di Acerno.
Gli A-36 dell'Aeronautica effettuarono
una missione alle 12.45 lungo la strada a nord di Acerno.
Durante la maggior parte del 21
settembre, il 3° battaglione, 30° fanteria, incontrò una leggera opposizione
nemica mentre i suoi uomini si arrampicavano e scivolavano sulle montagne
selvagge a ovest della strada. La compagnia I risalì a zigzag il fianco della
montagna e si unì alla compagnia L, che si era spostata su un sentiero
accidentato che portava a nord dalla sella. Quindi entrambe le compagnie
avanzarono verso est attraverso la collina appena sopra il ponte distrutto. Alle
18:00, la Compagnia I in testa aveva raggiunto la parte meridionale della
collina 687, a nord-est del ponte.
Nel frattempo si avvicinò il 2°
Battaglione, 30° Fanteria. Dalla sella la compagnia G si spinse verso nord
lungo il sentiero con la missione di aggirare Acerno e tagliare la via di fuga
dei tedeschi a nord del paese. Il resto del battaglione inizialmente progettò
di avanzare lungo la strada principale per Acerno, ma l'avanguardia attirò il
fuoco dell'artiglieria mentre si avvicinava al ponte distrutto. Fu quindi
deciso di rinforzare la compagnia G con il grosso del 2° battaglione. Alla
compagnia F, tuttavia, fu ordinato di scendere i ripidi pendii della valle di
Tusciano e risalire il lato est di scacciare le forze nemiche che ritardavano
in quella zona e poi di colpire Acerno da sud.
Durante la notte queste unità rimasero
arroccate sulle montagne. Poco dopo l'alba del 22 settembre, la Compagnia F si
trovava sulle alture a est del Tusciano, e il 2° Battaglione teneva la collina
634 a nord-ovest di Acerno. Un plotone della compagnia G si stava dirigendo
verso la quota 606, attraverso la valle, sulla strada principale a nord di
Acerno. Il 3° battaglione aveva occupato il resto della collina 687.
Dalla sua posizione il 3°
Battaglione poteva ora guardare attraverso una valle relativamente dolce verso
la piattaforma su cui si trova la città di Acerno. La strada principale
raggiunge la piattaforma con una V inversa e poi corre dritta verso est verso
la città. L'estremo lembo occidentale della piattaforma, che consente
un'eccellente osservazione a nord, ovest e sud, è coronato da un maestoso
boschetto di alti castagni. A nord-est del boschetto, un terreno generalmente
pianeggiante si estende oltre una chiesa e un cimitero fino al fianco boscoso
della montagna dietro Acerno. L'unica via di fuga dei tedeschi correva a nord
lungo questa montagna verso la Highway 7.
Mentre il 2° Battaglione tentava
di attraversare il profondo vallone a ovest di questa via di fuga, il 3°
Battaglione sferrò un attacco al castagneto. Alle 08.00 le compagnie I ed L,
con L a sinistra, si mossero contro le mitragliatrici leggere e pesanti
nemiche, supportate dai fucilieri; alle 08:42 avevano preso il boschetto in un
aspro combattimento con bombe a mano e baionette. Dopo la riorganizzazione, le compagnie
si spostarono a nord-est verso il cimitero e la chiesa, ma una batteria nemica
da 75 mm a destra dietro la chiesa, insieme al fuoco dei mortai, li costrinse a
cedere terreno. Un piccolo contrattacco nemico contro la compagnia L fu
respinto alle 10.30. Le nostre truppe attaccarono nuovamente e furono
nuovamente respinte dalla combinazione artiglieria-mortai, che teneva aperta la
via di fuga all'ultimo fante tedesco nelle vicinanze della città. Il grosso del
nemico si era ritirato a metà mattinata, dopo che il castagneto era stato
perduto.
Alle 13.00 il nostro attacco
ricominciò. Il 2° Battaglione continuò il suo tentativo di attraversare la
valle verso la strada principale e il 3° Battaglione colpì Acerno da
nord-ovest. I tre battaglioni di artiglieria leggera della divisione si
concentrarono su Acerno alle 13.10; nel periodo 12:52-13:25 la nostra
artiglieria sparò sulla città complessivamente 1.016 colpi. Sotto questa
pressione la restante fanteria tedesca si ritirò con veicoli blindati. Ma il
fuoco dei mortai nemici continuò a bloccare il 3° battaglione. Alle 15.25 la
Compagnia F a sud e il 3° Battaglione a nord-ovest attaccarono nuovamente e
alle 17.00 il 3° Battaglione raggiunse la città.
Dodici prigionieri furono
catturati in una posizione anticarro a sud-est e altri venti furono radunati
sui pendii a nord. Sebbene la ritirata del nemico non fosse stata interrotta
dal 2° Battaglione, non ci furono ulteriori gravi rallentamenti davanti alla 3°
Divisione, ed entro il 27 settembre unità della divisione mantennero la Highway
7. In effetti, la battaglia per Acerno fu la più lunga tra tutte le azioni del
VI Corpo d'Armata nella zona da Battipaglia al Volturno. Lo schema di tutti gli
altri somiglia a quello di Acerno: la fanteria motorizzata e i semoventi nemici
erano ben posizionati, vicini alla via di fuga, costringendo le nostre truppe
ad un faticoso attraversamento del paese per inserirsi sui fianchi tedeschi.
L'avanzata del VI Corpo, 20-27
settembre
Durante questo stesso periodo la
45a Divisione si spostò lungo la Highway 91. Ad ovest di Oliveto il 180°
fanteria si scontrò con il 1° battaglione del 64° reggimento Panzergrenadier,
in una posizione che costrinse le nostre truppe a schierarsi ampiamente, ma il
22 settembre il 180° con l'aiuto dei carri armati della compagnia A, 191°
battaglione carristi e dal 756° Battaglione carri conquistò la roccaforte
nemica.
Il 23 settembre il 179° passò
attraverso il 180° e avanzò lungo la sponda occidentale del Sele parallelamente
al 157° fanteria sulla sponda orientale. Questi reggimenti incontrarono un
nemico più persistente che ritardava l'azione rispetto a quello incontrato
dalla 3a Divisione, ma la mattina del 26 la 45a Divisione manteneva saldamente
l'incrocio tra le strade 7 e 91.
Il VI Corpo aveva soddisfatto i
requisiti di velocità. In 8 giorni la 3a Divisione era avanzata di 28 miglia,
misurate lungo la strada da Battipaglia alla Strada Statale 7, anche se le
deviazioni in montagna rendevano la distanza effettiva molto maggiore. La 45a
Divisione, virando verso est, si era spostata di 34 miglia dalla sua posizione
la mattina del 20. Ciascuna divisione aveva allontanato il nemico dalle ottime
posizioni e aveva continuato l'avanzata nonostante ogni difficoltà. Spesso
l'avanguardia della fanteria si trovava oltre il raggio d'azione
dell'artiglieria, lottando per stanare i cannoni sulle strade bloccate e piene
di colli di bottiglia.
Le unità della 3a divisione si
addentrarono così tanto nelle montagne che potevano essere rifornite solo da
carovane di muli portati dalla Sicilia e ad un certo punto anche le carovane di
muli dovettero cedere il posto alle carovane umane delle compagnie di riserva.
Il 10° e il 120° Battaglione del
Genio, con intraprendenza e resistenza, fecero molto per aiutare l'avanzata del
VI Corpo. I genieri hanno spazzato le strade alla ricerca di mine. Gestivano
depositi di rifornimento e mantenevano punti d'acqua. Hanno riempito i crateri
stradali e mantenuto le superfici percorribili sotto i pesanti carichi imposti
dalla rete stradale limitata. Ove possibile hanno costruito nuove strade per
aumentare la nostra libertà di azione. Affissero cartelli, allestirono cimiteri
e ad Acerno costruirono perfino una pista di atterraggio per gli aerei
dell'artiglieria divisionale. Costruirono ponti e tangenziali su quasi ogni
miglio delle strade utilizzate dalle due divisioni.
Ogni demolizione nemica costava
manodopera ai nostri genieri. L'entità del loro compito può essere indicata dal
fatto che a 2.200 metri della strada per Acerno, a nord, il nemico fece saltare
cinque ponti. Inoltre in montagna non sempre erano possibili aggiramenti. In 2
giorni la Compagnia C, 10° Genio, ricostruì un ponte a sud di Acerno,
completando il 23 settembre alle 15.00 una campata a due piani e a due tralicci
piegati, lunga 80 piedi, capace di trasportare 18 tonnellate.
Due giorni dopo la compagnia A
dello stesso battaglione dovette affrontare un lavoro ancora più difficile. Nel
canyon a nord di Acerno i tedeschi fecero saltare non solo un ponte ma anche la
parete rocciosa, tanto che per un totale di 100 piedi la strada cessò di
esistere. Dopo 2 giorni di lavoro la compagnia ha riaperto la strada alle 19.00
del 26 settembre. Quaranta piedi di esso erano un ponte a carreggiata
d'acciaio; il resto era stato tagliato dalla scogliera a strapiombo.
Supportati dal 36° Reggimento genieri
(Combattimento) del VI Corpo, i due battaglioni divisionali del Genio
rattopparono così le strade dietro la fanteria e mantennero aperte le linee di
rifornimento. Dalla notte del 26 in poi il loro lavoro fu reso
incommensurabilmente più difficile dalle forti piogge che trasformarono ogni
tangenziale in un collo di bottiglia appiccicoso, danneggiarono alcuni ponti
temporanei e trascinarono rocce e terra lungo i fianchi delle montagne su tutte
le strade. I fanti furono messi in servizio per liberare la strada e il
traffico fu ridotto al minimo, ma passò. Tra le demolizioni tedesche e le
piogge autunnali l'avanzata del VI Corpo fu innegabilmente ritardata, ma i genieri
mantennero quel ritardo in una questione di giorni anziché di settimane.
Avellino, Napoli e il Volturno,
28 settembre-6 ottobre
Mentre il VI Corpo lottava tra le
montagne spazzate dalla pioggia, il 10 Corpo si era fatto strada attraverso i
passi a sud di Nocera. Il 28 le nostre truppe lungo tutta la linea erano pronte
per una rapida corsa in avanti, gli inglesi su Napoli, gli americani
sull'importante nodo stradale di Avellino.
I reggimenti della 3a Divisione
erano entro il 28 in bilico in un grande arco attorno ad Avellino, con il 133°
Regimental Combat Team della 34a Divisione a nord della Highway 7. (Questa
divisione, comandata dal Magg. Gen. Charles W. Ryder, aveva iniziato lo sbarco
a Paestum il 21 settembre). Le nostre truppe confluirono rapidamente
sull'obiettivo e con un improvviso attacco notturno del 29/30 settembre
piombammo sulla città prima che le squadre di demolizione nemiche potessero
finire il loro lavoro.
Contemporaneamente piombarono su
Napoli il 10° Corpo d'armata, guidato dalla 7a Divisione Corazzata. Al calar
della notte del 30, unità del 10° Corpo erano su entrambi i lati del Vesuvio;
alle 9.30 del 1° ottobre, le Guardie dei Dragoni del Re, al comando del 10°
Corpo, entrarono a Napoli senza opposizione. Trovarono una città più
terrorizzata che distrutta, anche se il danno era abbastanza grave. Precedenti
raid aerei alleati avevano distrutto la maggior parte delle installazioni
portuali e i tedeschi completarono la distruzione prima di partire, affondando
le navi ai moli e affondando ostacoli nel porto. Il lungomare stesso era un
ammasso di macerie pietre e acciaio contorto al fuoco. L'acquedotto principale
venne tagliato; tutti i servizi pubblici avevano sospeso l'attività; bombe a
orologeria nascoste rendevano ogni giorno pericoloso.
Eppure la Quinta Armata aveva ora
un porto che poteva essere rapidamente rimesso in servizio e il rifornimento
delle sue unità veniva ora spostato a nord dalle spiagge di Salerno. L'82a
Divisione Aviotrasportata entrò a Napoli il 2 ottobre e assunse il controllo
della polizia e dei lavori di ricostruzione della città.
L’occupazione della città, però,
non bastò. Per difendere il porto di Napoli e gli aeroporti vitali nelle
pianure vicine, che necessitavano di una sostanziale barriera naturale. Dovevamo
difendere sul fiume Volturno, 20 miglia a nord. Quindi le nostre truppe
proseguirono senza indugio. Mentre il 10° Corpo risaliva la pianura campana, il
VI Corpo si assicurava i pendii montuosi a nord-est. La 34a e la 45a Divisione
avanzarono sul nodo stradale di Benevento. La 45a truppa da ricognizione la
raggiunse per prima, alle 12.10 del 2 ottobre.
Alle 23.30 dello stesso giorno il
3° battaglione, 133° di fanteria, entrò in città e proseguì per mantenere una
testa di ponte oltre il fiume. La 3a Divisione avanzò nella massa montuosa
sopra Caserta e il 6 ottobre le nostre truppe dominavano ovunque la sponda
meridionale del Volturno. Ora Napoli era al sicuro e l'obiettivo principale
dello sbarco salernitano era stato raggiunto, 27 giorni dopo il D Day sulle
spiagge di Paestum.
Fonte dati: Centro di Storia
Militare dell’Esercito Americano
sito web ufficiale dell'esercito
americano e del comando di addestramento e dottrina dell'esercito degli Stati
Uniti
Associazione della Terza Divisione di Fanteria US Army
Avamposto nr. 16 - Italia
The Antolak Family, Sylvester,
and Outpost 16 Italy
When the relatives of a World War
II hero contact you, asking you to organize a trip to Italy to visit their
loved one, buried in one of the war cemeteries, it is an emotional moment. To
describe this feeling, I am reminded of the Möbius strip, later defined as a
representation of infinity. I found the best definition on the web:
Ordinary surfaces, i.e., the
surfaces we are used to seeing in everyday life, always have two sides, so it
is always possible to walk along one side without ever reaching the other
unless you cross a dividing line formed by an edge (called a “border”) or
pierce the surface. Think, for example, of a sphere or a cylinder. For these
surfaces, it is possible to conventionally establish an “upper” or “lower”
side, or an ‘inner’ or “outer” side. In the case of the Möbius strip, however,
this principle does not apply: there is only one side and one edge. After
walking around it once, you find yourself on the opposite side. Only after
walking around it twice do you find yourself back on the initial side. So you
could go from one surface to the one “behind” it without crossing the strip and
without jumping over the edge, but simply by walking a long way.
The history of the Antolaks has
only one side and one edge; it is a long journey. If we start from World War
II, we have Sylvester and his story, the war in Italy, his courage, his heroic
actions, his sacrifice. If we walk one lap, we find his family, the desire to
return to the places where his actions took place, our meeting, our friendship;
but if we continue and walk two laps, we find ourselves back with Sylvester, in
a story that goes on forever. This is what moves me. Sylvester, unknowingly,
falling lifeless to the ground riddled with bullets, after protecting his
company and instilling courage in those who were afraid, gave the beginning and
end of his Möbius strip.
We are honored to be part of this
ring he created, to make this ribbon longer and longer and infinite, adding
stories, encounters, memories, and emotions that will always lead back to him,
because this is his ribbon, he created it.
Luigi Settimi
Society of the Third Infantry
Division US Army
Outpost 16 Italy
Quando i familiari di un eroe
della Seconda Guerra Mondiale ti contattano, ti chiedono di potergli
organizzare un viaggio in Italia per andare a trovare il proprio caro,
seppellito in uno dei cimiteri di guerra è un momento emozionante. Mi torna in
mente, per definire questa sensazione, il nastro di Möbius, definito in seguito
come rappresentazione dell’infinito. Ho trovato la migliore definizione sul web:
Le superfici ordinarie, ossia
le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno
sempre due facce per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza
mai raggiungere l'altra se non attraversando una linea di demarcazione costituita
da uno spigolo (chiamato "bordo") o bucando la superficie. Si pensi,
ad esempio, alla sfera o al cilindro. Per queste superfici è possibile
stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o
"inferiore" oppure "interno" o "esterno". Nel
caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esistono un
solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte
opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi
si potrebbe passare da una superficie a quella "dietro" senza
attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a
lungo. QQunado
La storia degli Antolak ha un
lato solo ed un bordo solo; è un cammino lungo. Se partiamo dalla Seconda
Guerra Mondiale abbiamo Sylvester e la sua storia, la guerra in Italia, il suo
coraggio, la sua azione eroica, il suo sacrificio. Se percorriamo un giro
ritroviamo la sua famiglia, la voglia di tornare sui luoghi delle sue azioni,
il nostro incontro, la nostra amicizia; ma se continuiamo e percorriamo due
giri ci ritroviamo nuovamente da Sylvester, in una storia che continua
all’infinito. E’ questo che mi emoziona. Sylvester, inconsapevolmente, cadendo
esanime a terra crivellato di colpi, dopo aver protetto la sua compagnia e
infondendo coraggio a chi era impaurito, ha dato il principio e la fine del suo
nastro di Möbius.
Siamo onorati di essere entrati a
far parte di questo anello che lui ha creato, di rendere sempre più lungo e
infinito questo nastro, aggiungendo storie, incontri, ricordi, emozioni, che
porteranno sempre a lui, perché questo è il suo nastro, lo ha creato lui.
Luigi Settimi
Associazione della Terza
Divisione di Fanteria US Army
Presidente avamposto 16, Italia